Un glamour splatter in scena
al TC14 di Caserta con Licia Lanera

  • 03/12/2017 09:54:58
  • TEATRO

Caserta - Licia Lanera e la compagnia pugliese Fibre Parallele ritornano a Caserta con 2.(Due). Lo spettacolo - nel 2008 progetto finalista di EXTRA-segnali dalla nuova scena contemporanea e vincitore del primo premio Fringe - L'Altrofestival al 18°Festival Internazionale del Teatro di Lugano in Svizzera - sarà in scena al Teatro Civico 14 dal 9 al 10 dicembre 2017. Licia Lanera, con il suo inconfondibile stile duro e punk, è la protagonista di una performance intensa, iconica, dalla forma e dal gesto protesi verso il totale straniamento. Nella lotta esasperata tra la vita e la morte, fino all'annientamento finale, si snoda il racconto: una donna fredda, una presenza algida e asettica la cui risultante scenica è coadiuvata perfettamente dall'uso del microfono. Scritto da Licia Lanera e Riccardo Spagnulo, il testo è una sorta di incubo splatter costruito sui brutali racconti di noti assassini. "Ci ha colpito la loro lucidità nel raccontare degli eventi così gravi, la loro leggerezza, l'inconsapevolezza infantile, di fronte agli occhi attoniti dei parenti delle vittime" - affermano gli autori. Un ritorno al massacro, in cui la narrazione si fonde con l'azione scenica e il bianco della purezza e dell'infermità si confonde con il nero della cronaca e il rosso del sangue.

Il Teatro Civico 14 propone, inoltre, un secondo ciclo di appuntamenti dedicati ai giovani attori e performers in formazione, dal titolo “ATTORE/AUTORE - AUTORE/ATTORE”. Questo primo incontro avrà come protagonista proprio Licia Lanera che racconterà la sua esperienza performativa ed autoriale. Modererà Alessandro Toppi (Il Pickwick). L’incontro si terrà domenica 10 dicembre 2017 alle ore 17, sarà ad ingresso libero con prenotazione obbligatoria (scrivere a info@teatrocivico14.it) fino ad esaurimento posti.

Note di Licia Lanera In una piccola stanza bianca c'è una donna dalle profonde occhiaie e dai capelli rossi. È vestita di bianco e cammina su dei tacchi alti. A metà tra un'infermiera e il vestito della prima comunione. Confinata tra quattro pareti, in uno spazio immaginario, della mente, c’è quello che rimane della vita di una donna, la cui storia d'amore è finita con un addio. Lui l'ha lasciata per un altro uomo, lei lo ammazza.
È un ritorno al massacro, in cui la narrazione si fonde con l'azione scenica e il bianco della purezza e dell'infermità si confonde con il nero della cronaca.
Il rosso sta per il sangue.

Il vero racconto riguarda un momento, quello del forchettone che la donna pianta nel collo dell'amato, senza pietà alcuna: inizia così la lotta esasperata tra la vita e la morte, che si conclude con l'annientamento finale. Lei non risparmia un dettaglio dell'assassinio; con brutale lucidità ricostruisce le sensazioni, le immagini, i respiri agonizzanti della vittima, le sue ultime forze, gli occhi vitrei. La recitazione è abolita: il testo, scomposto e sincopato, viene trasmesso dall’attrice attraverso una robotica sonnolenza, algida e asettica. L'uso del microfono rende ancora più dichiarato questo straniamento. Una sorta di incubo splatter costruito sui brutali racconti di noti assassini, uno fra tutti Luigi Chiatti. Ci ha colpito la loro lucidità nel raccontare degli eventi così gravi, la loro leggerezza, l'inconsapevolezza infantile, di fronte agli occhi attoniti dei parenti delle vittime.

È l'inquietante straniamento di chi ragione non ha.
È il muto grido di chi ha perso sé stesso nella sua follia.

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