Funerali blindati per Bidognetti
La Questura ha vietato il corteo funebre

Doveva essere un funerale blindato e così è stato. Ma all’esequie di Umberto Bidognetti, tenutesi ieri pomeriggio al cimitero di Casal di Principe perché la Questura ha vietato per motivi di ordine pubblico ogni corteo per le vie della città, non c’erano solo poliziotti e carabinieri, ma anche centocinquanta tra familiari e conoscenti del sessantanovenne padre del pentito Mimì Bidognetti. Non proprio insomma una cerimonia in tono minore o in forma privata; amici, ma soprattutto figli e nipoti, le stesse persone ancora oggi possibili bersagli del gruppo di fuoco che venerdì mattina ha trucidato l’anziano, erano lì a piangere e pregare. Ma d’altronde, la Questura non poteva impedire a nessuno l’ingresso al cimitero. Le esequie sono durate meno di un’ora, quindi si è provveduto a seppellire la salma. Alcune ore prima, presso l’istituto di medicina legale dell’ospedale civile di Caserta, il consulente nominato dalla Dda di Napoli, Antonio Cavezza, aveva effettuato l’esame autoptico sul cadavere confermando in pratica ciò che gli investigatori del nucleo operativo dei carabinieri avevano rilevato subito dopo l’omicidio; la presenza attorno al corpo di bossoli e ogive riconducibili a due pistole, una 9x21 e una 357 magnum. Il sessantanovenne, ha accertato il medico che oggi depositerà la relazione, è stato insomma colpito almeno dodici volte al torace e all’addome, quindi il capo del commando ha «firmato» l’azione con un’ultimo proiettile esploso alla testa dalla 357 magnum. Subito dopo l’autopsia, la salma è stata messa a disposizione dei familiari ed è stata scortata da polizia e carabinieri al cimitero di Casal di Principe. La voce nella città dell’Agro si è sparsa immediatamente e così, al funerale, sono convenuti per l’ultimo saluto anche decine di conoscenti. La cerimonia si è svolta comunque nella massima tranquillità senza che si ripetessero le scene di disperazione registrate subito dopo l’omicidio dell’anziano quando qualche parente aveva accusato apertamente il pentito Domenico Bidognetti di aver provocato la morte del padre con le sue dichiarazioni ai magistrati. Parole che, però, sembravano indirizzate più ai sicari del clan, perché capissero che i familiari di Umberto non avevano approvato la scelta dissociativa di Mimì. Sul fronte investigativo invece, ieri non sono emerse ulteriori novità. Allo stato dei fatti, l’unico elemento certo sono le due auto, una Mitsubishi Pajero e una Fiat Panda, usate per raggiungere la masseria dell’agguato. Ma all’azione, sono convinti gli investigatori, ha partecipato un commando molto nutrito; oltre ai sicari, almeno sette, altri affiliati hanno atteso nelle campagne attigue alla provinciale Capua-Castelvolturno dove le due vetture sono state date alle fiamme. L’inchiesta inoltre, ruota ancora attorno alla figura di latitanti di spicco della frangia bidognettiana dei Casalesi: è caccia a Giuseppe Setola, l’ex fedelissimo del boss detenuto al 41bis Francesco Bidognetti la cui evasione da una clinica di Pavia, qualche settimana fa, potrebbe aver dato la spinta decisiva all’organizzazione dell’agguato a Umberto Bidognetti.

Antonio Pisani - Il Mattino del 06/05/2008 - www.ilmattino.it

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